Massimo Curzi Architetto 2010
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“A Roma,
durante i lunghi pranzi ufficiali, mi è accaduto di pensare alle
origini relativamente recenti del nostro lusso; a questo popolo di
coloni parsimoniosi e di soldati frugali, satolli d’aglio e di
orzo, improvvisamente immersi dalla conquista nelle delizie della
cucina asiatica che ingozza manicaretti con la voracità rustica
dei contadini. I nostri romani si rimpinzano di cacciagione,
s’inondano di salse, e s’intossicano di spezie. Un Apicio
va fiero della successione di portate, di quella serie di vivande
piccanti o dolci, grevi o delicate, che compongono l’armonica
disposizione dei suoi banchetti; e passi ancora se ciascuno di tali
cibi fosse servito separatamente, assimilato a digiuno, sapientemente
assaporato da un buongustaio dalle papille intatte. Ma serviti
così, giornalmente, alla rinfusa, in mezzo a una profusione
banale, essi formano nel palato e nello stomaco di chi
mangia una confusione detestabile, nella quale odori, sapori, sostanze
perdono il loro rispettivo valore, la loro squisita identità. Un
tempo quel povero Lucio si dilettava a prepararmi qualche piatto raro;
i suoi pasticci di fagiano, dove prosciutto e spezie vanno
sapientemente dosati, erano il risultato di un’arte, esattamente
come quella del musico o del pittore; eppure rimpiangevo la carne pura
e semplice del bel volatile.
In Grecia se ne
intendono di più: quel vino che sa di resina, quel pane al
sesamo, quei pesci girati sulla griglia in riva al mare, anneriti
irregolarmente dal fuoco, insaporiti qua e là da un granello di
sabbia che scricchiola sotto i denti si limitavano a placare
l’appetito, senza sovraccaricare di complicazioni il più
elementare dei piaceri. Ho assaporato, in qualche bettola di Egina o al
Falero, cibi così freschi che restavano divinamente puliti a
onta delle dita sudice dello sguattero che mi serviva; così
sobri ma al tempo stesso così sostanziosi che pareva
contenessero, nella forma più condensata possibile,
un’essenza di immortalità. Anche la carne, arrostita la
sera dopo la caccia, conteneva questa qualità direi quasi di
sacramento, ci riportava indietro, alle origini selvagge delle razze;
così il vino ci inizia ai misteri vulcanici del suolo, ai suoi
misteriosi tesori: bere una coppa di vino di Samo, a mezzogiorno, col
sole alto, o piuttosto sorseggiarla una sera d’inverno, quando si
è in quello stato di fatica che consente di sentirlo
immediatamente colare caldo nella cavità del diaframma, e
diffondersi nelle vene ardente e sicuro, sono sensazioni quasi sacre,
persino troppo violente, per la mente umana. Non le ritrovo altrettanto
genuine quando esco dalle cantine numerate di Roma, e mi spazientisce
la pedanteria dei conoscitori di vigneti. Così, con un gesto
ancor più devoto, bere l’acqua nel cavo delle mani o
direttamente alla sorgente, fa si che penetri in noi il sale più
segreto della terra, e la pioggia del cielo.”
Marguerite Yourcenar, Memorie d’Adriano , Einaudi (traduzione di Lidia Storoni Mazzolani)
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